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Archivio Marzo 2007

ViSioNI [14] – Arancia meccanica

29 Marzo 2007 4 commenti


L’immortalità di un artista, il suo genio, la sua perfetta visione dell’arte. Un film di Kubrick rappresenta tutto questo. Kubrick è il cinema. Arancia meccanica è sfacciatamente provocatorio, surreale, senza tempo e per questo immortale. Un film dove la violenza circolare è non tanto nelle scene ma nelle intenzioni. Una storia decisa e dal linguaggio “camuffato” dove alla fine c’è una denuncia chiara contro la violenza esercitata ad ogni livello e in ogni luogo: la società, la famiglia, le istituzioni, la chiesa. Mai romanzo (qui è A Clockwork Orange di Burges) ha mai trovato una perfetta sintonia con la trasposizione cinematografica. Kubrick riesce a mantenere intatto lo spirito del libro rendendolo ancora più esplicito. Gli occhi e lo sguardo di Alex (nel film interpretato da Malcolm McDowell nel ruolo della sua vita) sono magneticamente di fronte allo spettatore che viene condotto nei meandri di una mente naturalmente portata alla dissacrazione totale del mondo. Il film si muove con rallenty, accelerate improvvise, grandangoli..e poi la musica, regina incontrastata della storia. Beethoven e Rossini a tutto volume. L’ ennesima visione di un film di Kubrick è un’esperienza sempre diversa, appagante, sorprendente, nuova. Difficile quasi descriverlo un film come questo. Va visto tutto d’un fiato, senza mezzi termini. “E’ buffo come i colori del vero mondo diventano veramente veri soltanto quando uno li vede sullo schermo” dice Alex. Forse non è esagerato dire che il cinema diventa tale solo quando si vede un film di Kubrick.

ViSiONI [13] – Acque silenziose

14 Marzo 2007 1 commento


La vita scorre apparentemente tranquilla nel villaggio pakistano del Punjab. Ogni tanto però (cito il testo di una canzone) ?arriva un vento impetuoso ed improvviso che scuote tutto; ed è come se a farlo fossero raffiche di mitra?. Il segreto di Ayesha, rifugiatosi nella sua anima, tornerà a galla impietoso e irreversibile. Le acque ?silenziose? del pozzo ?urlano? disperate ancora a distanza di anni.
Il cuore del film è tutto nella frase che la bella Zoubia rivolge a Salim quando sa di perderlo: ??anch?io prego ma non per questo ho smesso di pensare??.
La fede delle ragione e la razionalità del credere, da millenni smuovono la coscienza degli uomini e loro, indifesi e bisognosi di certezze, reagiscono, a volte con violenza estrema, poche volte con la giusta dose di saggezza.
Un film sul Pakistan dunque, e quindi sul percorso storico dell?India. Magari troppo difficile per noi occidentali capire e soffrire con i protagonisti della storia, come spesso ci accade anche di fronte alle tragedie di altri paesi orientali.
Il dramma vissuto dagli occhi di una donna è tutto immerso in quelli di Kiron Kher, che interpreta la protagonista del film con una intensità e una passione che suggellano una recitazione perfetta.
Non è facile muoversi in una storia di amore, segreti, rabbia, fede, paura. Il volto è tradito spesso dagli occhi che passo dopo passo, si aggrrappano alla speranza di una vita migliore, tutta ancorata a quella del proprio figlio, che però non ricambierà le attese della madre.
La scena del suicidio rimandato, è volutamente silenziosa, quasi distaccata. Si fa quasi fatica a scorgere il dettaglio del tuffo nel pozzo. Tutto è ovattato, lontano. Sembra quasi che la regista avesse volutamente sottolineato come un sacrificio così grande scompaia agli occhi del mondo.
La storia di un popolo non dimentica le sue vittime, ma la sensazione che gli elementi che costruiscono la storia vengano dispersi è forte, disperatamente angosciante.
La regia del film è discreta e leggera. Una contrapposizione evidente con i temi trattati. Come giustamente sottilineava qualcuno, non è un film per amanti del virtuosismo cinematografico, ma si esce dalla visione con il film addosso, dentro.
Un film non virtuoso, ma ad una più attenta visione, Sabiha Sumar dissemina qualche slancio ricercato: le corse dei giovani nel ricordo bianco e nero di Ayesha, la macchina da presa che accompagna una ragazza in bicicletta fuori dal tendone del comizio a Rawalpindi che va verso una luce che quasi acceca ?.poi l?immagine ritorna sullo striscione di un generale che smuove gli animi del fondamentalismo; i passaggi di scena avvengono con dissolvenze che oscurano, quasi come fossero occhi che si chiudono e si risvegliano.
Salim si ritroverà spesso lungo il corso di un fiume, giù, tra pareti di roccia che richiamano involontariamente un paesaggio da girone dantesco; chiuso, profondo, senza uscite. Lì disperderà la valigia della madre, lì consegnerà a Zoubia il medaglione del ricordo, lì scaricherà i colpi di una pistola su pagine che dettano regole e fede. La madre intanto avrà la risposta alla domanda che chiede a chi gli uomini devono rendere conto alla fine del proprio tempo. Un paradiso sikh? Un paradiso musulmano? Un paradiso nuovo?
Rivedremo Salim anni dopo in un reportage trasmesso da un televisore esposto nella vetrina di un negozio. I toni sono pacati, la fede matura, il passato lontano. A ritrovarlo per un attimo è la donna che lo amava. Uno sguardo ancora dolce e stupito, un pò come quello che anni prima lo stesso Salim lanciava sui televisori forse dello stesso negozio, magari pensando ad un regalo per lei o per la madre. Ultimi bagliori di un?innocenza sacrificata.

Volevo infine sottolineare come la visione delle bellissime foto di Stefano ed Emma esposte all?ingresso del cineclub, la successiva proiezione del film, e dopo, l?atmosfera e i sapori del ristorante indiano, hanno reso possibile in poche ore un viaggio in un mondo diverso, magico, affascinante, misterioso, lontano. Per una sera però più vicino.