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Archivio Febbraio 2007

ViSiONI [12]- Roma città aperta

28 Febbraio 2007 1 commento


La dettagliata analisi storica e cinematografica esposta nel libro di Stefano Roncoroni su ?Roma città aperta?, ha offerto una nuova possibilità di rilettura del film di Rossellini. Con il passare degli anni ?Roma città aperta? diventa sempre più un punto di riferimento della nostra storia e della Storia, sventolando come una bandiera le emozioni forti e i sentimenti ?aperti? di tutti coloro che hanno vissuto gli anni della guerra, di quella guerra che come sempre accade, ha ferite che non riescono a chiudersi.
Ricordo anni fa di aver letto in un libro di storia, di come quasi sempre nelle citazioni degli anni che attraversano una guerra, non si parla mai di ?tutti quei milioni di tentativi che le persone compiono nel loro piccolo di arginare le guerre affnchè si ottengano libertà e pace?.
Nel film di Rossellini, girato ancora con accanto i bagliori delle bombe, il cinema compie il miracolo di scendere in strada con le persone, e con loro accompagna tutti quei tentativi intrisi di dignità e innocenza che sono propri della vita dell?uomo.
Giocare a pallone nell?oratorio, sognare di sposarsi, lottare per un pezzo di pane, scovare la libertà e unire gli sforzi per sconfiggere mostri di morte e di sopraffazione.
La Storia. Dove si nasconde e come riesce a rinnovarsi nelle continua ricerca della verità. Il cinema, nella sua veste di finzione, con Roma città aperta, si mette a servizio delle verità, o cerca di farlo nel modo che più gli è concesso. Sotto questo punto di vista, gli episodi narrati e ormai diventati vere e proprie icone cinematografiche (la corsa della Magnani bloccata da una mitragliata, la fucilazione del prete, Roma che risorge all?alba davanti gli occhi dei bambini che fanno ritorno?) vengono accuratamente ?vestiti? dalla ricerca di Roncoroni, che riflette lo scenario di quegli anni e di quelle azioni, collocando verso verità nascoste gli spunti e le intenzioni di una sceneggiatura del film che gioca a nascondino con la Storia.
Roma città aperta è anche un film violento, oltre che nella rabbia che viene provocata dagli eventi, nella rappresentazione stessa delle immagini, che non lasciano spazi di fuga allo spettatore. Si pensi alla scena della tortura, o a quella già citata delle fucilazione. Ma forse, in questi casi, è giusto che sia così. Non si possono fare compromessi con la verità.
Un film italiano, una storia di tutti, che ancora oggi rimanda all?importanza di rompere gli schemi, stimolando la ricerca e la voglia di ritrovare come ancora una volta, l?arte catturi la vita, rendendola immortale e facendo sì che non si disperda quell?enorme tesoro di genio e inventiva che il nostro paese ha per vocazione offerto al mondo intero.
Quei bambini che si orientano nel cammino con il cupolone di S.Pietro sullo sfondo, ?aprono la città? alle nuove speranze. Non posso fare a meno di citare gli altri bambini di Jean Vigo che saltano sui tetti del collegio messo a fuoco dalla loro rivolta (Zero in condotta), tantomeno dimenticare la corsa verso il mare di Antoine nel finale dei ?quattrocento colpi? di Truffaut.
L?innocenza e la verità vegono così consegnate alla nuova storia, in un cammino che come ?Roma città aperta? non deve mai perdere la forza di denunciare ogni tipo di oppressione.

Michel Gondry – L’Arte del video

20 Febbraio 2007 Nessun commento

La musica ha la particolarità di bastare già a se stessa. Il momento dell’ascolto è un’esperienza passionale in cui i ritmi, le melodie, i testi completano l’essere sollevandolo da terra, inglobandolo nel mondo delle sensazioni, strappandolo fuori dai ritmi martellanti e ripetitivi di una straziante quotidianetà. L’aggiunta di un videoclip ad un contenuto che è già di per se completo, non svilisce la percezione della musica, anzi ne rinvigorisce i significati, evidenziando evocazioni, immagini, ritmi. Si produce così una sinfonia visiva in cui tutto il corpo sperimenta l’emozione della visione e dell’ascolto. Momento a dir poco totalizzante.  

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Eternal Sunshine of the spotless mind – La visione di Piero Nussio

15 Febbraio 2007 1 commento

Riporto di seguito per facilità di lettura l’articolo di Piero sul film. Saluti Luigi Eternal sunshine of the spotless mind: Effetti di un titolo sbagliato di Piero Nussio Il film Eternal sunshine of the spotless mind (USA, 2004) è stato distribuito in Italia col titolo “Se mi lasci ti cancello”, che non era del tutto improprio, ma che lo avvicinava troppo alle farse del tipo “Se scappi ti sposo”, “Se ti investo, mi sposi?”, “Se non faccio quello non mi diverto”, e così via costruendo frasi ipotetiche. (N.B.: tutti questi titoli sono tragicamente veri…) Per di più, l’interprete principale è Jim Carrey, che si era fatto una poco invidiabile fama di attore farsesco grazie a Scemo e più scemo (“Dumb & dumber”), Ace Ventura, l’acchiappanimali (“Ace Ventura: Pet Detective”) e The mask, tutti del 1994. Per finire, l’altra protagonista era miss Titanic, ovverosia Kate Winslet. Quindi i distributori italiani non avevano poi nemmeno tutte le colpe se, pensando di bissare i successi popolari di Carrey e Winslet, hanno deciso nel 2005 di presentarlo al pubblico con quello sciocco titolo. Ma un errore si paga: il pubblico che aveva il diritto –dato il titolo- di aspettarsi un’allegra commediola scacciapensieri, rimaneva fortemente deluso da una scrittura cinematografica complessa, piena di rimandi temporali e di scene di difficile comprensione. Inoltre, il tono generale del film era troppo serioso per chi si aspettava solo le contorsioni muscolari di Jim Carrey e le smancerie di Kate Winslet. Idem per il pubblico che l’avrebbe invece apprezzato, quello che è nato con la fantascienza “seria” di Stanley Kubrick ed ha poi nutrito i successi di A beautiful mind e de Il tagliaerbe, fino agli eccessi barocchi di David Lynch e del suo Mulholland drive. Perchè è questa la vera famiglia di “Eternal sunshine…”, a cominciare da titolo e sceneggiatura. Il titolo, letteralmente “Lo splendore eterno di una mente senza macchie” è, come chiarisce un dialogo originale del film, un verso di “Abelardo ed Eloisa” del poeta classico inglese Alexander Pope. C’è una sua citazione ben nota anche da noi: «Errare è umano, perdonare è divino», ma in generale, per noi italiani, quest’autore è abbastanza ignoto. Per la cultura inglese, invece, si tratta di un vero monumento classico, autore di frasi e citazioni che tutti conoscono ed amano ripetere, un po’ come può essere per noi la cultura dantesca. La sceneggiatura, non a caso, è stata premiata con l’Oscar 2005 -e questo era un piccolo suggerimento che i distributori italiani avrebbero potuto raccogliere…- nonché da vari riconoscimenti dei critici inglesi, australiani, americani, francesi, e da un Golden Globe. Destinatario di tanti premi era Charlie Kaufman, un acclamato autore americano, molto attivo da circa un decennio. Charlie Kaufman aveva raggiunto fama e successo nel 1999 per aver scritto soggetto e sceneggiatura di Essere John Malkovich (John Malkovich, Cameron Diaz, John Cusack), poi nel 2002 per Il ladro di orchidee (Nicholas Cage e Meryl Streep) e subito dopo per Confessioni di una mente pericolosa (Sam Rockwell e Drew Barrymore). Insomma, uno dei maggiori sceneggiatori di Hollywood, e fra tutti il più creativo. Il regista è il quarantenne Michel Gondry, uno dei pochissimi registi francesi –parigino- che abbiano trovato spazio anche dall’altra parte dell’Atlantico e che si è invece conquistato la fama per i video musicali dei Massive Attack e di Björk, oltrechè per aver coinvolto Sophie Coppola per un DVD live dei The Chemical Brothers. Michel Gondry è ora sugli schermi mondiali con L’arte del sogno (2006), e sta preparando altri due film, sempre di genere fantastico: “Be Kind Rewind” e “Master of Space and Time”. Insomma, senza essere uno Stanley Kubrick redivivo, stiamo comunque parlando di un regista di stile fantastico/fantascientifico di tutto rispetto, con una grande maestria dell’immagine acquisita nel campo dei video musicali sia in Europa che in Canada e negli USA. Molto lontani, dunque, dalla commediola romantico-demenziale. Jim Carrey stesso, anche se ha iniziato la sua carriera di attore con le facce stralunate di “Scemo e più scemo”, ha poi dimostrato in seguito di essere un grosso attore, nient’affatto scemo. Innanzitutto The Truman show di Peter Weir basterebbe già per laurearlo attore a tutto tondo, ma poi la sua performance in Man on the moon (Milos Forman, 1999) lo ha definitivamente iscritto nell’albo d’oro dei grandi attori. Il famoso critico statunitense Roger Ebert, all’uscita del film, lo dichiarò il maggior attore hollywoodiano, e non possiamo che concordare con lui per la capacità con cui si riesce ad identificare con l’entertainer Andy Kaufman e riuscendo ad eguagliare Dustin Hoffman che aveva impersonato Lenny Bruce nel 1973 (Lenny, di Bob Fosse). Se esistesse un “livello di dottorato” per laureare i grandissimi attori, forse dovrebbe essere proprio questo genere di film, in cui si deve interpretare un altro importante uomo di spettacolo, e farlo in maniera tale da far dimenticare il modello originale. L’ha fatto, in Italia, Gigi Proietti con Ettore Petrolini e Walter Chiari con i fratelli De Rege. In America i classici sono stati James Cagney nel ruolo del famoso attore di rivista George M. Cohan (Yankee Doodle Dandy – Ribalta di gloria, 1942) e Charlton Heston nel ruolo dell’organizzatore circense Brad Braden (Il più grande spettacolo del mondo, 1952). Ed i contemporanei sono appunto Dustin Hoffman come Lenny Bruce e Jim Carrey come Andy Kaufman. Questo è dunque Jim Carrey, non “uno che sa fare le facce”, ma uno dei maggiori attori della scena mondiale. Un attore di questo genere, se vive in America, sa anche rischiare. Non è più –fortunatamente- il tempo dei divi che si spendono solo per i film di sicuro successo al botteghino. In Italia è più raro (mi vengono in mente solo gli esempi di Gian Maria Volonté e di Marcello Mastroianni), ma in America capita più di sovente che nascano attori che sanno dedicarsi ad un progetto a cui credono, anche se di budget limitato. Basti pensare a Marlon Brando che interpreta “Don Juan de Marco”, oppure a Jack Lemmon protagonista di “Missing” di Costa Gavras. Jim Carrey e Kate Winslet si sono impegnati nel 2004 nella realizzazione di “Eternal sunshine of the spotless mind” perchè credevano nel progetto. E lo stesso ha fatto lo sceneggiatore Charlie Kaufman, che si è anche preso la responsabilità di produttore esecutivo, e ne ha guadagnato in cambio l’Oscar. I due attori ne hanno tratto vantaggi meno diretti, ma il successo mondiale del film, i premi ricevuti e lo sviluppo successivo della carriera di entrambi, ha dato ragione alla riuscita della loro scommessa. Eppure il film non rappresenta uno dei grossi impegni produttivi hollywoodiani, anzi, è una di quelle produzioni indipendenti che rappresentano la grande capacità di rinnovarsi che ha il cinema americano, specie quando sprofonda in periodi di crisi nera, e nella sua cronica mancanza di inventiva. Le “Majors” cinematografiche –o le aziende che le hanno oramai sostituite nel mainstream produttivo- trovano spesso battute di arresto. Ma contemporaneamente sorgono nuovi talenti, che esplorano nuove tecniche e soluzioni narrative inedite. Questo è esattamente il caso di “Anonymous Content” (Contenuto anonimo) e di “This Is That Productions” (Prduzioni Questo è quello), ossia i produttori indipendenti di Charlie Kaufman e company, che hanno reso possibile questo film. Il risultato corrisponde alle premesse: il “sapore” di film indipendente si coglie anche per le piccole imperfezioni e limitazioni scenografiche cui siamo forse un po’ disabituati nella levigata produzione americana, ma soprattutto si sente in una trama ed in uno svolgimento che finalmente dicono qualcosa di nuovo. La migliore caratteristica del film, ed anche un suo limite, sta proprio nelle ipotesi che affaccia agli spettatori, e nella confezione dello spettacolo visivo. Gli argomenti che il film ci sottopone sono molti, e iniziano dall’approccio verso la vita che ha ciascuno di noi. Joel Barish (Jim Carrey) è timido, riservato, scontroso, chiuso, e molto pantofolaio. Clementine Kruczynski (Kate Winslet) è mutevole ed esagerata come il colore dei suoi capelli, chiacchiera e gira per la città, frequenta locali e affronta di piglio la vita. In realtà, ciascuno di loro ha una vita di qualità, che ha difficoltà a condividere con chiunque altro, e che riesce a concretizzarsi solo nel “diario segreto” dell’infantile Joel e nelle mille versioni di Mr Potato dell’estroversa Clem. Il mondo esterno talvolta è complice dei loro sentimenti (come la “sopravvalutata” spiaggia di Montauk), ma il più delle volte la realtà rema contro qualunque possibilità di comprensione: «Il giorno di San Valentino è stato inventato dai fabbricanti di biglietti di auguri per far sì che ognuno si senta proprio come un fesso». Per non parlare dell’insulso vicino, o della coppia di amici con la fissazione dell’aereomodellismo, che rappresentano tutto l’orizzonte sociale di Joel. L’altro argomento forte proposto dal film, anzi il motore di tutta la trama, è la possibilità fantascientifica che sia possibile cancellare selettivamente una parte della memoria di ciascuno. La “Lacuna Inc.” (ed è ovvio il riferimento dotto alle “lacune di memoria”, che in inglese si dice con lo stesso termine) ha sviluppato un sistema di mappatura e cancellazione selettiva dei ricordi dal cervello, un po’ come si potrebbe fare con i file del proprio PC. Infatti, i “tecnici” della società agiscono con una sorta di elmetto elettronico e con un computer portatile, come se stessero facendo una “deframmentazione” o una ricerca antivirus sul povero cervello del malcapitato. Stabilito che, vista l’approssimazione e la faciloneria con cui opera la “Lacuna Inc,”, nessuno si farebbe mettere le mani addosso da cialtroni del genere, quanti di noi vorrebbero comunque servirsi di una tecnica del genere, per liberarsi di ricordi penosi? In realtà quasi tutti, perchè questo è esattamente ciò che facciamo ogni giorno, con metodi molto più naturali e sperimentati. Dice l’inventore, con tono rassicurante: «Beh, dal punto di vista tecnico, l’operazione è un danneggiamento del cervello, ma niente di peggio di una robusta sbronza…». Ecco, gli umani, senza alcun bisogno della Lacuna Inc., sono soliti prendersi una bella sbronza quando una storia d’amore finisce male, e dimenticano molto di quello che vogliono dimenticare. Però, e tanti psicologi sono lì a ricordarcelo, i traumi infantili e le delusioni della vita quotidiana condizionano il nostro agire ed i nostri comportamenti. Quindi, una Lacuna Inc. un po’ meno approssimativa avrebbe -presumibilmente- un gran successo ed un folto pubblico di pazienti. Anche se altri preferiscono un approccio più rude alle difficoltà della vita, sottolineando il valore formativo delle cattive esperienze, e l’importanza di una scorza più resistente per i nostri impauriti io. E qui scatta il terzo tema, forse il più socialmente urgente fra tutti quelli affrontati dal film. In un’epoca storica in cui l’aggressività e la voglia di riuscire (siamo tutti “in carriera”) caratterizzano tanto gli individui quanto gli stati, in momenti in cui si fanno “guerre preventive” per le liti in un parcheggio, perchè invece si vorrebbe tutto perfetto come in una fiaba solo nei rapporti sentimentali? Si, Joel e Clem hanno una quantità di differenze nei loro comportamenti, e ciascuno potrebbe dire, a buon diritto, che l’altro applica “crudeltà mentale” nei suoi confronti. Per di più, Clem si ubriaca e riga la macchina di Joel. E Joel è talmente musone ed insopportabile che farebbe uscire la pazienza ad un santo… Che fare allora? La soluzione abituale è mandare tutto a carte quarantotto e ricominciare con una “seconda possibilità”. La soluzione che si intravede nel film, fra i due “cancellati”, è «Incontriamoci a Montauk». Fra i lati positivi della pellicola è che –con tante inversioni temporali- non si sa bene come andrà a finire: si incontrano a Montauk, è vero, ma la loro seconda opportunità funzionerà o no? Buona domanda, per il giorno di San Valentino, e per tutti gli altri a seguire. Le modalità formali del racconto cinematografico sono l’altra caratteristica importante di “Eternal sunshine”: salti temporali, invasioni della mente, caccia nei ricordi e modifiche cerebrali… È la caratteristica immediatamente visibile e condiziona fortemente la visione dell’opera: non è assolutamente indispensabile per l’esposizione del racconto, ma sceneggiatore e regista scelgono di realizzare la loro opera come un flashback che copre quasi tutta la durata del film, e che non è segnalato da nessuna caratteristica visiva, né all’inizio né in conclusione. Questo modo di raccontare è oramai abituale, dopo i primi esperimenti che risalgono oramai a mezzo secolo fa, ed a tutto il cinema “fantascientifico” (vedi la serie Ritorno al futuro), che ha basato su queste tecniche i propri contenuti essenziali. Rispetto ad opere sinceramente cervellotiche come Mulholland drive (David Lynch, 2001) o al classico francese L’anno scorso a Marienbad (Alain Resnais, 1961), Eternal Sunshine è anzi di una semplicità quasi disarmante: il flashback inizia dopo circa dieci minuti di racconto, e termina circa cinque minuti prime della fine. Le difficoltà, la novità, e l’interesse formale nascono dall’aggiungersi al flashback di scene “all’interno della memoria”. Qui il film stupisce davvero, per essere comunque un prodotto americano di consumo e non un film d’arte e sperimentale. Le modalità del racconto visivo, oramai, sono divenute più che maggiorenni. Il cinema sta festeggiando il suo primo centenario diffondendo modalità di narrazione che prima appartenevano solo a certa letteratura d’arte, e che hanno avuto difficoltà ad essere rappresentate anche nelle arti visive più blasonate. Senza dar mostra di fare niente di speciale, con una forma di racconto che prosegue normalmente rispetto alla “realtà” (e con accenti che in alcuni momenti diventano addirittura farseschi), Eternal Sunshine si addentra tranquillamente a rappresentare in forma naturalistica ciò che avviene nella mente dei personaggi, comprese le cancellazioni di memoria che intanto stanno avvenendo. Pensiamoci un attimo freddamente. Negli anni ’30, prima De Chirico e poi Magritte avevano osato rappresentare in pittura la metafisica ed il surrealismo, ossia dei processi che avevano luogo nella nostra mente, e che solo per simbologie avevano apparentamenti con la realtà. Ora, senza nemmeno farci troppo caso, una commedia americana di largo consumo si permette di mescolare con tranquillità brani di realtà, opzioni fantastiche e divagazioni oniriche. Non è una novità, di sicuro, perchè già altri film avevano rappresentato simili mescolanze (da Vertigo di Hitchcock -1958- a Il tagliaerbe di Brett Leonard -1992-), ma è il caso di registrare con l’occasione come oramai questo rimescolamento della realtà si applica tranquillamente alle commedie sentimentali. Dagli esperimenti pittorici degli anni ’30 ad oggi sono accadute così tante cose nel mondo reale da fargli perdere quella compattezza monolitica che i millenni gli avevano costruito addosso: la psicoanalisi, poi gli allucinogeni, il mondo parallelo e virtuale della televisione, le simulazioni via computer, internet e il ciberspazio, eccetera. La realtà si è sgretolata ed è divenuta come la sabbia di Montauk, tanti piccolissimi frammenti. C’è poi un ultimo componente, forse di minore importanza, ma essenziale per la nascita di Eternal Sunshine, e sono i video musicali. Da tempo (vent’anni?) l’ascolto della musica di consumo si accompagna alla produzione di video appositamente realizzati. Tanto da far sorgere e diffondere un colosso televisivo diffuso in tutto l’occidente come MTV (Music Television) ed altre reti simili. Il linguaggio dei video musicali è figlio dei film musicali “lisergici” degli anni ’70 (Pink Floyd a Pompei, 1972; Easy rider, 1969), e da quello si è evoluto, prendendo a prestito anche un certo stile dal cartone animato (Yellow submarine, 1968) e del film “cibernetico” (Tron, 1982). Poi, dall’epoca di Jurassic Park (1993) e della Industrial Light and Magic di George Lucas, si aggiunge stabilmente al bagaglio dei trucchi cinematografici la sigla, “CG” (Computer Graphics), ed assume da quel momento un’importanza unica nella produzione cinematografica e nel mondo degli effetti speciali. Nata in realtà proprio dai video musicali, la Computer Graphics rende facili le cose impossibili, come lo scorrazzare dei dinosauri e il muoversi degli scheletri, mescolandosi in forma sempre nuova alle riprese naturalistiche. Il regista francese Michel Gondry, prima di Eternal Sunshine, si era fatto le ossa proprio nei video-clip, ed è la sua esperienza del genere musicale e nella computer grafica che dà al film il suo “senso e sapore”: le facce nascoste di alcuni personaggi sono quelle di René Magritte (non si nasce per caso in Europa…), ma la tecniche che le rendono possibili, insieme a tutte le gambe e paesaggi che scompaiono, è quella CG di cui Gondry ha fatto esperienza decennale e di cui è maestro. Un film così lo chiami “Se mi lasci ti cancello”? Ma mandate i distributori italiani a scuola di cinema!
Riferimenti:
Collegamento a Cinebazar

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ViSiONI [11]- Eternal Sunshine of the spotless mind

7 Febbraio 2007 6 commenti

Quando le scene del film restano impigliate nel percorso che la regia della mente è solito fare nei momenti più intensi della nostra vita, "Eternal Sunshine" diventa un dialogo tra noi e il nostro "sentire". Infatti la storia di questo film più che vedere, si sente, a tratti si deve rubare. Solo perdendosi nell’innocenza di pensieri liberi e puri, la memoria può staccarsi da tutto e scomporre in piccolissimi attimi tutto ciò che razionalmente ognuno di noi cerca o pensa di costruire nel migliore dei modi. Gondry si rivela un vero maestro del sogno, dove il surreale si mischia al "certo" e dove i sentimenti non hanno vergogna di mostrare il loro aspetto più vulnerabile. La carattersistica tecnica di "Eternal Sunshine", pur costruendosi con arguzie digitali notevoli, riesce a mantenere un’atmosfera intimista e romantica. La vera forza del film è proprio questa intensa miscela di tecnica e sentimento. La storia, i personaggi, gli accadimenti, gli strumenti tecnologci (provocatoria la scelta di chiamare "Lacuna" la squadra di specialisti della memoria), sono tutti vulnerabili, leggeri, indifesi e allo stesso tempo con un grande desiderio d’amore. Devo confessare il mio amore per la scena in cui quando Joel cerca di trasportare Clementine in un ricordo sconosciuto a tutti, nella stanza in cui i due si trovano, comincia a piovere così come nel ricordo. Joel e Clementine sono interpretati in maniera incantevole da Jim Carrey e Kate Winslet. Il regista è riuscito a condurre la loro recitazione in una armonica performance dove i due danno il meglio delle loro capacità. E’ certo che il fllm richiama a più visioni ma non per necessità di ritrovare una linearità che non può essere concessa, ma solo per ritrovare angoli di scene e parole intrecciate che rendono il "sogno" ancora più intrigante. Volendo poi scegliere nei dettagli ci si accorgerà che addirittura il regista nella scena in cui Clementine è inseguita da Joel (quando il ricordo comincia a disgregarsi) le fa scomparire dallo schermo una gamba e la si vede poi procedere con una gamba sola. Un pò viene richiamata la scena di "Ritorno al futuro" dove il protagonista vede dissolversi da una foto tutti quelli che la compongono. Memoria e sentimento. Passato e futuro. Tenerezza e innocenza. "Eternal Sunshine" è un film "complicatamente semplice". Non lo si può lasciare a "metà strada". Ogni tanto va riacciuffato e "rubato" ancora un pò.

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"BOBBY" di Emilio Estevez, U.S.A. 2006

2 Febbraio 2007 1 commento


Se anche non ne avesse altri, questo film un merito ce l?ha di sicuro, ed è quello di indurre lo spettatore a chiedersi, via via che procede nella visone: ma quanto era in gamba ?sto fratello minore del più noto Presidente JFK? Un film che, a quasi quarant?anni dall?assassinio, ricordasse la figura del senatore Robert Francis Kennedy e facesse venir voglia di approfondirne la conoscenza ci mancava, e ci sta.

Non si tratta però della biografia politica del senatore, tutt?altro. E? invece un flash istantaneo su una parte di società americana del ?68, quella costituita dai sostenitori del senatore (un popolo eterogeneo, multiceto e multietnico, come diremmo oggi) che ha poi dovuto rinunciare, negli anni successivi a quest?ultima perdita ?illustre? dopo quelle di JFK e di Martin Luther King, a sentirsi rappresentata nel proprio Paese.

Siamo a giugno del 1968, da due mesi è stato ucciso M. L. King, l?America è stravolta dalle contestazioni per la guerra in Vietnam che si è ficcata in un vicolo cieco, la provincia americana fatica a sbarcare il lunario, i giovani si ?fanno? con l?LSD per superare l’incubo di crepare in guerra. Bobby rappresenta la speranza di molti, poveri, minoranze, veterani, contestatori, di tutta quella gente insomma che vuole uscire dal tunnel, che chiede di avere una vita dignitosa, che lotta per i suoi diritti .

Il film ?fotografa? in parallelo le ultime ore trascorse da alcuni dei dipendenti e degli ospiti dell?hotel Ambassador di Los Angeles, California, alcuni dei quali si preparano, ciascuno secondo il proprio ruolo, all’imminente serata di festa organizzata nel lussuoso hotel da staff e sostenitori del senatore per festeggiare la sua auspicata vittoria alle Primarie della California.

La voce, le immagini, i discorsi del senatore nel film non sono ricostruiti da un attore: sono invece proprio quelli originali, perché nell?hotel ci sono TV sempre accese che li mandano in onda, radio che li diffondono, commenti dello staff alle reazioni dell?elettorato: insomma, nell?hotel Bobby non c?è, ma la sua presenza si respira a pieni polmoni.

Verso sera arrivano via via buone notizie dagli scrutini delle schede elettorali, la vittoria alle Primarie sembra ormai cosa certa, il party inizia ed è pervaso dall?euforia dei collaboratori dello staff, dei sostenitori, degli amici e familiari di Bobby. Di lì a poco però il senatore sarà assassinato per mano di un killer, nelle cucine dell?hotel, dov?egli scenderà nel corso del party insieme a tanta altra gente presente al party, per salutare e ringraziare il personale e gli inservienti.

Il clima del film potrebbe, a prima vista, rientrare nello standard dei cosiddetti ?disaster film?: i personaggi, con caratteristiche graduate all?interno della solita scala etica americana, sono alle prese con i loro ordinari piccoli e grandi problemi quotidiani (incomprensioni, tradimenti di coppia, angoscia per l?età che avanza, per le scelte sbagliate, paura per la perdita del lavoro, per la chiamata alle armi?), poi arriva l?Evento fatale, che separa il prima e il dopo, la speranza e la disperazione, la luce in fondo al tunnel e il buio, il come avrebbe potuto essere e non sarà.

Ma stavolta l?Evento non è una catastrofe naturale, non è il terrorismo straniero ed estraneo: nasce dalle viscere dell?America stessa e stronca la voce e le aspirazioni di chi la vorrebbe diversa.

Il film termina con l?assassinio di RFK e con il ferimento di alcuni dei personaggi che avevamo imparato a conoscere, e non è suo interesse esaminare le responsabilità di tale atto. Lo è, invece, cercare la genesi dell?America di oggi, e la tesi del film è che il Paese sia cresciuto orfano dei suoi uomini migliori.

Dal punto di vista dello stile il film ha diversi limiti: sconfina nel nostalgico, nel sentimentale, talvolta addirittura nel poco credibile (vedi la rappresentazione del trip dei due teen-agers dello staff alle prese con il loro primo acido), ed alcune delle scene sono scontate o perfino ?superflue?.

E? però tecnicamente molto efficace, e suggestivo dal punto di vista estetico, l?accostamento e l?integrazione di scene di fiction e di repertorio, la ricostruzione del look di fine anni ?60 (abiti, acconciature, linguaggio), la ricostruzione della famigerata scena dell?assassinio nelle cucine dell?hotel, le immagini pubbliche e private in bianco e nero del giovane senatore che scorrono insieme ai titoli di coda.

Gli attori sono fra i più grandi, e recitano tutti ai massimi livelli, certamente ?ispirati? dal tema: Demi Moore, Sharon Stone, Antony Hopkins, il redivivo Harry Bellafonte, lo stesso regista Emilio Estevez e suo padre, l?attore Martin Sheen, ancora altri e molti giovani talentuosi.

Concludo riportando un frammento da un?ottima e condivisibile recensione al film: ?Chissà se Robert Altman ha fatto in tempo a vedere il film prima di morire: nelle sue mani, questo soggetto e questi attori avrebbero fatto di questo film un autentico gioiello?.