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Archivio Gennaio 2007

VIsIoNi [10] – Una pura formalità

24 Gennaio 2007 1 commento


Se venissero fermate una ad una tutte le scene del film, i passaggi dall’una all’altra, la “musica” dei dialoghi, la velocità della sceneggiatura con i suoi flashback scomposti, ci si accorgerebbe ancora di più che “Una pura formalità” è un film perfetto. Girato in maniera quasi maniacale, la storia non ha mai un momento di pausa. Anche quando sembra ci si fermi un attimo per “tirare un po’ le somme”, si parte verso una nuova direzione, con rinnovato slancio e curiosità. I personaggi della storia sono sostenuti dalle recitazioni immense di Depardieu (in stato di grazia), Polanski (nell’insolita veste di attore e completamente a suo agio con la surrealtà della vicenda) e non ultimo Rubini, che con piccole ed impercettibili mimiche facciali, detta il ritmo dei dialoghi tra il commissario e lo scrittore. Le luci di lampade al neon, poi delle candele, dei fulmini, delle torce (che ricordano molto quelle di Spielberg) l’acqua che invade da tutte le parti, il vino, il latte, le penne che non scrivono, sacchi di foto, trappole per topi, i ricordi, i libri e gli amori. Tutto questo, apparentemente e disordinatamente disseminato nel corso di una notte in un comissariato fatiscente e surreale. Tutto questo in un “non luogo”. Cos’è questa “formalità” in nome della quale viene trattenuta “la dipartita” di un uomo? Cosa deve dimostrare? A cosa e a chi occorre? Le interpretazioni possono essere tante ed ognuna andrebbe benissimo. La morte porta a galla la vita, la rende speciale, la fa resuscitare. La memoria la seppellisce di nuovo? Il tempo scompare e il “non luogo” non ha chiusure. Mi viene in mente la folle idea di Hitchcock che voleva girare un intero film in una cabina telefonica. E forse ci sarebbe riuscito. E in definitiva lo ha fatto quando ha tenuto lo spettatore inchiodato sulla poltrona nella visione di “Prigionieri dell’oceano“ (interamente girato su una scialuppa di salvataggio) e di “Nodo alla gola” (in un interminabile piano sequenza di 80 minuti in una sola stanza di appartamento). Quando la sceneggiatura e forte, i dialoghi “dipingono” le immagini, la verità aggiunge al puzzle un pezzo alla volta con un ritmo incessante, scompaiono distanze, pareti e tempi. Cito anche “La parola ai giurati” di Sidney Lumet, la cui storia si svolge all’interno di una sola stanza di tribunale. Una pura formalità è un film che ad ogni passaggio acquista sempre più valore. Da rivedere per scoprire piccoli dettagli (come le “onde” di una goccia in una brocca), i tasti della macchina da scrivere, le riprese dall’alto, la musica di Morricone. Ciao a tutti, Luigi

VisIOni – La ricerca della felicità di Muccino

16 Gennaio 2007 1 commento


La ricerca della felicità
di Gabriele Muccino
Usa 2007
con Will Smith
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Spero che il sogno americano non sia solo far soldi perché sarebbe fallito l’obiettivo di ricollegarlo al neorealismo di italiana memoria dove c’era sempre una famiglia con una moglie/madre presente e bastava sopravvivere.

Film che inizialmente commuove anche perché storia vera ma ancorpiù perché interpretato da un grande attore con il suo vero(!) figlio (e questo penso sia la vera paraventata di Muccino che infuenza lo spettatore oltre quella di vantarsi di aver lavorato senza conoscere la lingua).

Tirato via il finale affidato a didascalie che sancivano il lieto fine – sembra un arco caricato che poi fa cilecca.
La storia mi ha comunque irritato: c’è il rischio di far sentire chi come me vive nella più assoluta normalità un fallito, sembra quasi che bisogna desiderare una vita piena di guai per poi coronare il “sogno”, dimenticando però i più che non lo raggiungeranno mai.
Saluti
Fabrizio

ViSioNi [9] – Oltre il giardino

10 Gennaio 2007 1 commento


La visione del film è caratterizzata da una ?serenità? apparente, molto tangibile nel comportamento di un uomo, un giardiniere, di nome Chance. Lui evita, senza volerlo, il mondo che lo circonda pur facendone parte, ed è per tutti uno dei tanti. Una persona con cui si cerca di entrare in contatto, di interloquire, dalla quale avere informazioni o pareri. Uno dei tutti insomma. Ben vestito, ben curato, solare, disponibile e gentile.
Ma Chance attraversa la vita senza emozioni, senza brividi, senza passione.
Come una lumaca senza guscio, si ritrova catapultato in un mondo ignoto, diverso, dove le persone sono freneticamente alla ricerca di ?tutto?, del ?come? e tutti hanno certezze ?di cristallo?.
La scena in cui Chance varca la porta che lo introduce in un nuovo mondo è caratterizzata dalla stessa sinfonia di Strauss (Così parlò Zarathustra) che dieci anni prima accompagnava un altro viaggio verso l?ignoto: quello degli astronauti di 2001 di Kubrick. Ignoto era a loro lo spazio. Ignota è il la vita reale al nostro giardiniere.
Nella vita di tuti i giorni la televisione, con i suoi messaggi, le sue favole, le sue rassicurazioni, non sempre aiuta a vivere. Anzi spesso aiuta a sbagliare. E fuori, nella ?società degli uomini?, il telecomando non può spegnere un ragazzo di colore che sguaina il suo coltello minaccioso, e la scena non può cambiare a piacimento.
L??uomo senza passato?, L? ?uomo che non c?era?, rimanendo a tema con un film visto da poco nelle nostre serate, è invisibile con la stessa intensità in cui gli altri lo notano.
Ho sempre pensato che se la gentile signora (Shirley Mc Lane) che gli concede un passaggio in ospedale, dopo l?urto con la sua auto, anziché Chance nel suo soprabito, cappello e valigia, avesse trovato un pezzente mal vestito e puzzolente, si sarebbe ben guardata da lasciarsi andare a cure ed attenzioni. ?L?abito non fa il monaco? dice il saggio. Qualche volta si.
La televisione. Il richiamo con l?altra recente visione (Fahrenheit). La televisione in ogni stanza, in ogni angolo, in auto. La fruizione che Chance ha lo stesso effetto della consapevolezza di chi la guarda con passione. Cioè entrambi ne restano intontiti, pieni, svuotati dal riempimento del nulla. Ma entrambi ripetono le parole, si muovono come e con lo schermo, e vanno in giro con una fede pericolosissima che fa uso di stupidi da parte di poteri ferocissimi.
Chance è ingenuo, accomodante, stupidamente intelligente, inconsapevolmente profondo. Lui non vuole fare ?istanza?. Non deve demandare alle regole della sociètà. Lui è se stesso. Cioè un altro.
Durante la visione, il film, nello scorrere delle scene tranquille e fluide, rilascia una sensazione di angoscia, di tormento, di paura. Chi muove i fili delle nostre vite? In quali mani abbiamo demandato le nostre speranze, i nostri sogni, le nostre incertezze. Chi è peggio? Un cretino che arriva al potere o un potente che da retta a un cretino?
Il fllm ci indica anche la perdita dell?innocenza da parte dell?uomo, della sua incapacità a vivere delle cose semplici e dei valori che col tempo sono sfuggiti, sono stati rubati, sono riproposti dalle televisioni.
Per me la scena che più fa implodere il personaggio del film è quella in cui Chance cambia canale anche quando trasmettono il programma in cui lui è l?ospite, il protagonista. Neanche vedendosi si illumina.
Il tempo, la nostra immagine, il nostro essere, sono già passato anche quando lo prendiamo a piene mani.
Un cenno al tema razziale che il regista propone provocatoriamente in poche battute nella scena in cui l?ex governante di colore denuncia nella hall di uno squallido albergo: ?Il mondo è dei bianchi..?è dei cretini!!?
Chance sparisce dal nostro sguardo camminando sull?acqua. Lui forse può, perché non sa, perché non ha paura, perché non ha nulla da perdere.

ViSiONi – il Libro

10 Gennaio 2007 Nessun commento


Tutte le schede e i commenti dei film visti insieme nel 2006.
Un libro. Una raccolta. Un ricordo.
Un divertente e simpatico modo di sfogliare serate di cinema con amici cordiali.

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VIsIoNi – Suggerimenti – Il grande capo

9 Gennaio 2007 2 commenti


Il grande capo
Danimarca, 2006
Regia di Lars Von Trier
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Non so se se può piacere a tutti, ma sicuramente farà parlare di sé – una storia purtroppo tanto vera ed a volte drammatica per chi frequenta un ufficio ma raccontata con simpatia.

I cinefili potranno parlare della tecnica di ripresa con cineprese fisse o del montaggio con tagli netti, ma a me è semplicemente piaciuto

C’è di tutto: l’arroganza del padrone, la sua redenzione, il protagonismo dell’artista, i sentimenti, il sesso (anche quello, ma poco poco), i lavoratori che si illudono delle buone intenzioni del capo e si fanno impietosamente manipolare e tanto altro ancora che si scopre piano piano piano.

Non manca certo il finale a sorpresa!
Per essere perfetto ci vuole un difetto: non amo particolarmente i pochi interventi della voce narrante dell’autore, pur se, nel suo protagonismo, si fa vedere riflesso su una vetrata all’inizio del film (e questo non mi è dispiaciuto molto)

A dire il vero ero anche molto scettico di vedere Dogville, ma devo dire che la particolarità dell’impianto scenico non ha limitato la storia del film che è risultato nel complesso positivo

Saluti Fabrizio