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Archivio Novembre 2006

Diario di lavorazione: Mamma Roma

28 Novembre 2006 1 commento

Diario di lavorazione del film Mamma Roma dell’aiuto regista Carlo di Carlo  

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VIsIOni [7] – L’uomo che non c’era

22 Novembre 2006 2 commenti


Quante storie che non ?si vedono? ci sono intorno a noi? Quante persone attraversano la vita come fantasmi senza lasciare traccia? Ed Craine fa il barbiere. Taglia capelli e pensieri. Loro, i capelli ed i pensieri, crescono senza chiedere permesso, insinuando domande e dubbi.
Nel cinema dei fratelli Coen i personaggi sono quasi sempre dei perdenti, figure marginali della società. ?L?uomo che non c?era? fila via fluido e sinuoso. Apparentemente lento, detta il ritmo della storia in modo incessante, accelerato anche dal ?montaggio? della ?voce off? del protagonista. Il taglio bianco e nero della fotografia, esalta l?omaggio al cinema noir degli anni 40. La storia contiene tutti i protagonisti classici del genere: lui, lei, l?amante, l?avvocato, il detective, l poliziotti incapaci, l?amore impossibile, il sogno che svanisce?
La storia è raccontata con eleganza e si snoda tra il fumo della sigaretta perennemente accesa da Craine. Il tempo è sospeso e il protagonista lo attraversa indenne e con indifferenza. Nella scena in cui ci racconta come ha conosciuto sua moglie mentre la guarda con occhi assenti, si alza per rispondere al telefono, esce di casa, compie un omicidio, ritorna a sedersi ai piedi della moglie sdraiata sul letto e riprende a raccontarci la sua storia: Ed Craine è senza passione. Quando l?insegnante ed esperto di musica francese gli parla di come nasce la musica, di come il cuore smuove il mondo, sembra più che stia parlando di lui che non della ?carina e vuota? Birdy.
Bellissime le scene del monologo in carcere dell?avvocato Riedenschneider tra una prigione di luci e ombre, la scena dell?incidente dove la memoria di Ed Craine, nell?attimo in cui lui sta forse perdendo la vita, lo rimanda ad un particolare momento di mancata intesa con il mondo e con la moglie che gli nega la parola: chissà cosa è successo quel giorno e perché quel momento torna a galla come la cosa più importante di una vita?
?Un barbiere non può essere l?autore di tutto questo? dice l?avvocato nella sua arringa finale. Non può un uomo che non ha brividi, passioni, slanci, carattere, provocare omicidi, suicidi, truffe, crack finanziari?Ed Craine è solo un barbiere. Osserva i tagli dei capelli dei bambini alle audizioni, e sfiora con gli occhi i capelli dei testimoni della sua esecuzione. Finalmente vedrà la luce e forse riuscirà a parlare con la moglie.
Beethoven scrisse la sua composizione ascoltandola senza sentire. Si può guardare senza vedere, ma soprattutto si può essere e conoscere anche senza essere là. Un uomo che non c?è.

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[ViSioni, i percorsi] – Big Fish

7 Novembre 2006 Nessun commento


Fabrizio arriva e mi “passa” il dvd di Big Fish. “Ricordi? Ne avevamo parlato in pizzeria…?
Mi ha sempre attratto il cinema di Tim Burton. Estroso, fantasioso, surreale, sconfinato, sognante. ?Big fish? è una favola. Come del resto lo è il cinema. In questa storia ritrovo il bravissimo Albert Finney che qui impersona “colui che le favole le inventa”?. o forse no. La storia infatti è imperniata sulla vita di un uomo che vive apparentemente sfuggendo alla vita ed ai ricordi, rimanendo un pò bambino, disseminando alle sue persone più care, racconti fantastici e impossibili. Suo figlio, più introverso e razionale, con il tempo se ne allontana, pur essendo cresciuto tra quei racconti e quelle storie che lo hanno cullato, addormentato ed anche impaurito.
Il film suggerisce alcune domande:”Dove finisce la realtà e dove comincia la fantasia? Una vita è più bella se si colora con le favole? Raccontare e viaggiare sono la stessa cosa?” La risposta è si. L?apparente semplicità della storia, inframmezzata da racconti fantastici e inverosimili, traccia il segno di quella non comune capacità degli uomini, di godersi la bellezza della vita, della sua possibilità di essere vissuta con trasporto e ottimismo, con curiosità e passione. E ancora: ?Quando si finisce di essere figli e quando si comincia ad essere padri? Il figlio alla fine della storia, vicino al letto sofferente del padre, dopo avere per anni ascoltato è ora lui a farsi narratore ed a raccontare una storia fantastica a quel padre che sembra ancora di più un bambino. Più di quello che la moglie sta per dargli.
Il sogno americano che corre verso il progresso e conserva le tradizioni delle piccole città, della famiglia e del bisogno indispensabile dell?amicizia per non sentirsi mai soli.
Un padre assente, presente, immaginario, un pò? uomo un pò pesce, anzi un grosso pesce. Durante la visione mi tornavano immagini di altri film (Moulin Rouge, Beetlejuce, Edward mani di forbice, La storia infinita, Il signore degli anelli?.). Il cinema mischia le carte in tavola e rende tutto così speciale.
La capacità di saper raccontare, di saper far volare le parole nel modo migliore, per aggrapparasi ad esse e guardare tutto dall?alto. E per un attimo tutto ci appartiene.

Grazie a Tim Burton, al cinema e ovviamente a Fabrizio

VISiOni [6] – Mamma Roma

6 Novembre 2006 4 commenti

Ancora una volta la visione di Mamma Roma mi spiazza e mi sovrasta. Un grido sferzante, una speranza che muore. Pasolini e quel suo linguaggio unico e indefinito. Pieno di tutto, anche di quello che non riusciamo a vedere. Il suo linguaggio; impetuoso e irriverente, vero e sempre attuale. Poesia, romanzi, tragedie, cronaca, pittura, alla fine sfociano nelle immagini del suo cinema, in modo apparentemente semplice. Per molti il suo cinema è tecnicamante discreto, scomposto e grezzo. Ma il suo cinema parla d’altro e si ricompone in una forma di comunicazione originalissima. L’amore per la vita e la bellezza interiore di chi, ai margini della società, vive di sensibilità inesplorate, di slanci puri e commoventi. “Mamma Magnani” sullo schermo emana tragedia e forza, vita e sofferenza, bellezza e dolore. Quel bianco e nero così pieno di sfumature. Un sole bianco e cocente, sui rovi della periferia, lì negli angoli più nascosti dell’anima di quei corpi che si muovono su montarozzi di terra come lucertole che scappano al rumore di passi. Sullo sfondo la struttura inquietante dei palazzoni, sfregia il panorama allontandandosene più che completarlo. Le immagini di Pasolini sono l’eco della sua poesia, così struggente e indifesa. Aveva ragione Moravia quando gridava in piazza nel giorno della sua morte, che i poeti non dovrebbero mai morire. Alla fine del secolo avremmo rimpianto Pasolini e la sua poesia. Beh, siamo da un pò nel nuovo secolo, e Pasolini manca a tutti, anche a chi non sa niente di lui. Qualcuno scrisse che, Pasolini «più moderno d’ogni moderno», sigillò la chiusura di un’epoca e di un secolo, ben prima del reale compimento cronologico. Mamma Roma: il piano sequenza della Magnani che solca la notte, lungo i marciapiedi, in quell’incessante passeggiata durante la quale prende a pugni la vita, rimane una delle pagine più intense del suo cinema e di tutto il cinema. Sembra quasi che Mamma Roma tra poco si avvicinerà a noi, che, impreparati, non sapremo parlarle. Lei così apertamente vera e colpevolmente dalla parte della ragione. Pasolini omaggia il neorealismo italiano con la corsa disperata nel finale verso il vuoto di Mamma Roma che corre verso una “città aperta” solo all’impossibilità di viverla. La partecipazione brevissima di Lamberto Maggiorani a cui stavolta non rubano una bicicletta ma una radiolina in ospedale, e reagisce con lo stesso grido del viso urlato nel film di De Sica. Pasolini e la musica. Vivaldi e Bach, Mamma Roma e Accattone. Bellezza e povertà, il sublime su vite intrise di polvere. Un contrasto così forte ma così inscindibile, soltanto da capire senza spiegarlo. Pasolini e la pittura. Quel “povero cristo” di Ettore che si trasforma nel dipinto di Mantegna, e poco tempo prima portava a spasso sulla testa dei clienti in pizzeria, un vassoio di frutta di caravaggesca memoria. “Stupenda e misera città …” Pasolini vive di Roma come mai nessuno è riuscito. Pasolini che muore di Roma. Pasolini ancora da scoprire, vivo più che mai, e nonostante la morte fosse stata sempre presente nel suo pensiero, lui la sbeffeggiava con il sorriso di chi sa: “L’intelligenza non avrà mai peso, mai nel giudizio di questa pubblica opinione. Neppure sul sangue dei lager, tu otterrai da uno dei milioni d’anime della nostra nazione, un giudizio netto, interamente indignato: irreale è ogni idea, irreale ogni passione, di questo popolo ormai dissociato da secoli, la cui soave saggezza gli serve a vivere, non l’ha mai liberato. Mostrare la mia faccia, la mia magrezza – alzare la mia sola puerile voce – non ha più senso: la viltà avvezza a vedere morire nel modo più atroce gli altri, nella più strana indifferenza. Io muoio, ed anche questo mi nuoce.”

Luigi

 

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